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Some place where there isn't any trouble.
We must be over the rainbow.

domenica 13 settembre 2009

Betelgeuse

Stendermi e scrutare il cielo. Eppure oggi, nonostante la giornata uggiosa, tinta di nuvole, non mi riesce di aprire gli occhi al cielo. E' passato troppo tempo... l'ho trascurato così a lungo. Cosa ho fatto per lasciar che i miei occhi divenissero così sensibili alla luce del sole? Troppo concentrato sui miei problemi terreni, ho perso contatto con quell'isola sulle cui spiagge interrogavo la mia mente, guidandola con temerarietà verso le rotte ignote della metafisica.

Eppure, quando mi stendevo su quei lidi, non potevo fare a meno di far viaggiare la mia mente, e di vedere dove la mia immaginazione era in grado di portarmi. In quei pochi, brevi momenti di contemplazione che esploravo dentro il mio essere, potevo visitare ogni angolo di questo mondo, ogni suo più recondito recesso; e poi su, fra le stelle, sognando di raggiungere le estremità di Betelgeuse, e poi procedere oltre.

La sola cosa che io possa contrapporre alle immensità che ci sono lassù è l'infinità vastità del pensiero umano. Le infinite mete che è in grado di raggiungere; eppure, in questa giornata, con questo cielo tinto di bianche nuvole, sono incapace anche solo di aprire i miei occhi ad esso. O forse è solo una scusa del mio inconscio. Un suggerimento della mia mente. Non guardare i confini. Non scrutare i limiti. Superali. Guarda avanti, lasciandoteli alle spalle. Esplora le nuove, le infinite possibilità dell'esistenza.

E di colpo, improvvisamente, un branco di domande aggredisce la mia mente. Considerazioni, ipotesi. Il mio pensiero va ai miei antenati, a coloro che ci hanno preceduto, a chi, prima di me, ha scrutato il cielo ponendosi delle domande. Non sapremo mai cosa pensò il primo uomo che guardò il cielo: ma sappiamo che coloro che vennero dopo di lui iniziarono a porsi delle domande: e a cercarne la risposta. E così iniziammo a catalogare il cielo, ad esplorarlo con i nostri occhi, a penetrare nelle sue profondità quando, nella notte, scompariva quel velo posto tra i due confini. Cominciammo a dare dei nomi a quei punti luminosi, a tracciare il loro cammino nella volta celeste, a riconoscere i pianeti e a saperli differenziare dal resto di quelle luci. Per noi è facile, con i mezzi e le conoscenze moderne, farcene un'idea. Ma pensiamo a quello che dovevano immaginare coloro che diecimila, cinquemila, duemila o anche solo cinquecento anni fa, per primi veleggiavano verso quell'ignoto pieno di interrogativi. Arrivammo anche a riconoscere delle figure, contemplando un insieme d'astri, e dar loro un nome. E ci riempia d'orgoglio pensare a quante differenti culture, ognuna indipendentemente dall'altra, è arrivata a sviluppare concetti così simili. Di come la curiosità sia uno delle qualità innate del genere uomano, la capacità di porci delle domande e dell'impulso irrefrenabile nel voler dare a queste una risposta.

Quando, specialmente negli ultimi duecento anni, abbiamo iniziato a comprendere quelle realtà che si celavano oltre l'ultima frontiera, allora la nostra immaginazione ne ha fatto il suo terreno di conquista. Speranze, sogni, paure, passioni, sono dilagate in questo nuovo, strano mondo, ed è stato allora che la fantascienza è nata.

E torno ad oggi, a quel momento nel mio giardino, dopo un appassionante viaggio attraverso il tempo e lo spazio. Quando tutto questo discernimento è iniziato, la mia sola domanda era: "Come posso assaporare quegli interminati spazi e quei sovrumani silenzi, se i miei occhi non possono neanche guardare il cielo?" Ma quel muro poi è crollato: le sue fondamente hanno ceduto come un castello dopo lunga resistenza ai ripetuti assalti della mia immaginazione.

Son così potuto tornare là, in quell'immenso spazio, fra le stelle, ad oltrepassare ammassi e nebulose. A fermarmi per un attimo ad ascoltare l'infinito silenzio dell'Universo, o solamente a contemplare, con gli occhi di un fanciullo, i vorticosi arcobaleni di luce che danzano sulle piste di ballo poste oltre Betelgeuse.

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