Due uomini ai ferri corti, dopo un sodalizio durato quindici anni; uno ne esce galvanizzato, essendo riuscito a mantenere la propria autorità regale fra i suoi seguaci; l'altro, supportato da pochi fedelissimi, bersagliato dalla propaganda mediatica del primo, sbatte i piedi e mugugna possibili scenari di vendetta. Il triumvirato è alla fine crollato, Marco Antonio ha rotto con Cesare e con quella specie di Lepido del Nord.
Questo ciò che ha proposto ieri la diretta della riunione del Popolo della Libertà, recentemente noto anche come Partito dell'Amore.
"Berlusconi, te lo dico in faccia, raramente il tradimento è in chi parla apertamente", dice Fini. "Non dire a me cose che non ho mai detto", alza la voce il ducetto che lo interrompe dal palco. Le parole di Fini hanno positiviamente stupito, così come dimostrato dagli amorevoli e teneri sguardi che si son visti in platea quando il Presidente della Camera ha spiegato come la riforma della giustizia non possa significare impunità e come non debba essere usata come pretesto per risolvere i problemi giudiziari di un singolo. Costernazione in platea: "uno di noi che dice queste cose"? Quasi gli sembrava, ai deputati del PdL, di avere di fronte il leader di cui attualmente l'opposizione è priva. Perché, come ha provato la giornata di ieri, basta parlare anche per poco di legalità e libertà d'informazione che Berlusconi e i suoi connardi iniziano a ribollire: sarebbe bello sentir dire queste cose dal PD, il quale ormai se la fa addosso al solo pensiero di esser tacciato d'antiberlusconismo.
Nel suo intervento Fini ha rivolto esplicite critiche al Premier, di fronte per l'appunto ad una platea di dipendenti aziendali non abituati ad ascoltare critiche pubbliche al loro padrone. Fini ha insistito nel criticare l'asse di ferro con la Lega e ha continuato a pungere Berlusconi sul tema della giustizia. Il leader del Partito dell'Amore ha risposto con violenza alle richieste di democrazia interna e di mutamenti politici mosse dal Presidente della Camera. Già ieri lo avevamo sentito gridare al tradimento di Bocchino e soci che hanno osato alzare la voce con altri esponenti del PdL durante una trasmissione televisiva. Quanto amore, quanta affettuosità. Nell'aria, rimanendo in silenzio, potevano forse udirsi le notte di All You Need Is Love dei Beatles: "Dici che sei super partes? Per questo non sei venuto a Piazza San Giovanni? Se vuoi fare politica, lascia la presidenza della Camera!" E Fini, con il dito puntato, replica con altrettanto amore: "Che fai, mi cacci? Io non me ne vado, né dalla presidenza della Camera né dal PdL".
E in serata i coordinatori presentano il documento conclusivo: dissenso legittimo, ma di volta in volta sui singoli temi, non in base a "posizioni cristallizzate e precostituite". In poche parole, no alle correnti interne, sì al monarca Berlusconi. Fini ha certamente subito una batosta nei consensi interni del partito (solo 12 su 172 si son schierati dalla sua parte) ma, come già detto, sta ora a lui fare la prossima mossa e decidere se far seguire fatti alle sue nobili parole.
In altri tempi e in altri luoghi, certe persone saprebbero capire di essere arrivati ad un bivio importante lungo i binari della storia: continuare a lottare, riuscendo magari a cambiare in meglio questo Paese e la sua vita politica, o tornarsene a cuccia, lasciando estinguere le ultime possibilità di purgare la destra italiana dal germe berlusconiano. Due linee temporali assai differenti possono ora scaturire da questo singolo momento quantico. Fini rappresenta infatti una destra con la quale un dialogo sulle riforme istituzionale sarebbe possibile, in quanto non affetto dai deliri di potenza della feccia berlusconiana. Il problema è che la mossa di Fini par essere giunta troppo tardi, il suo vecchio partito e i suoi vecchi "colonnelli" son stati ormai fagocitati dal Piazzista di Arcore, e a lui no è rimasto altro che un piccolo plotone di dissidenti.
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