Negli ultimi mesi abbiamo assistito allo spettacolo continuo di un partito, il PdL, sempre più dilaniato dai contrasti e dalle questioni interne. In qualsiasi altra democrazia occidentale questa situazione sarebbe stata colta al balzo dalle forze d'opposizione, che avrebbero saputo proporsi come valida alternativa al governo degli imbroglioni. Ma in Italia non è così, lo sappiamo ormai da tempo: un partito può andare a pezzi e tuttavia continuare a mantenere il primato grazie alla costante area di consensi che sa attrarre il suo leader, la personificazione stessa di quel partito e dei suoi membri, il ducetto senza il quale tutto questo apparato crollerebbe di colpo.
Fin dalla sua nascita nel 2008 il PDL ha continuato a cogliere successi, forte di una campagna fortemente populista e propagandistica e avvantaggiandosi di un'opposizione debole, frammentata e dagli intenti poco chiari, guidata da leader ormai vecchi e superati dalla realtà dei tempi.
A quell'erosione dei consensi che ancora non pare essersi manifestata, se non a blandi livelli, s'è sostituita una progressiva erosione degli equilibri interni al PDL: Fini contro Berlusconi, Bocchino contro Cicchitto, il caso Sacjola (dimessosi), il caso Brancher (dimessosi), il caso Cosentino (dimessosi), la condanna di Marcello Dell'Utri per mafia, l'arresto di Flavio Carboni, l'emergere sempre più evidente di una questione morale, riconosciuta da una parte del partito (seppur minoritaria) e respinta con disprezzo dall'altra, che si aggrappa al solito teorema delle "toghe rosse", del giustizialismo e dell'antiberlusconismo.
Ma è lo spettacolo generale ad essere veramente orripilante, un paese letteralmente immerso nella merda fino al collo e dilaniato ogni giorno da nuovi scandali e nuove crisi. Poliziotti violenti, corrotti e condannati, politici dalle mani rapaci, cocainomani, corrotti, corruttori e mafiosi, imprenditori e dirigenti in crisi di guadagni che licenziano migliaia di persone per potersi spartire qualche milione in più, giudici minacciati, attacchi diretti al diritto di libertà di stampa, appalti pilotati, una corruzione dilagante, disoccupazione a go go, terremotati picchiati, e l'elenco potrebbe continuare ancora a lungo.
Questo è il vero spot dell'Italia d'oggi, non certo quello sfornato dalla Brambilla con la suadente voce del Premier a promuovere il "Bel Paese", ma quello che ci si presenta ogni giorno davanti agli occhi. Uno scenario triste e desolante, quello di un paese ormai prossimo a festeggiare i suoi 150 anni di vita, un secolo e mezzo di storia ricco di avvenimenti ma povero di veri, autentici cambiamenti, dove i problemi di ieri sono ancora i problemi di oggi.
Tanto è così: da migliaia di anni la storia non cambia. Giulio Cesare, Cavour, testa pelata... un nuovo "Cesare", da quel che è uscito fuori ieri... il copione ormai lo san tutti a memoria, è la solita storia, non cambia la menata.
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